ASMiRA al dibattito “Prima i nostri?” e intervista a Reas Syed

“Prima i nostri? Italiani, stranieri, uguaglianza, welfare”, è il titolo del dibattito al quale alcuni membri di ASMiRA hanno recentemente partecipato per approfondire i temi della cittadinanza e delle discriminazioni istituzionali – spesso frutto di precise scelte nelle amministrazioni comunali del Nord Italia –  che sono state smantellate con gli strumenti giuridici delle sentenze dei tribunali e con quelli politici. A questo proposito, a margine del dibattito, abbiamo intervistato Reas Syed per saperne di più sulle reali esigenze in tema di integrazione degli stranieri e su quali modifiche (giuridiche e politiche) apportare alla regolamentazione della cittadinanza.

Giovedì 7 febbraio scorso, in una delle sale del Centro Culturale San Fedele di Milano, si è tenuto il dibattito “Prima i nostri? Italiani, stranieri, uguaglianza, welfare”, dove hanno preso voce le opinioni di quattro giuristi ed un intervento finale dalle file politiche. Tutti gli interventi però sono accomunati dal lavoro quotidiano e dallo sforzo personale e accademico volto a contrastare le discriminazioni, prima di tutto con gli strumenti giuridici.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, sancisce la nostra Costituzione.  Il primo a prendere parola è Alberto Guariso, avvocato e Presidente della Onlus “Avvocati per Niente” qui in veste di autore del libro “Senza distinzioni”, nel quale è raccolta la giurisprudenza di diversi tribunali nazionali – perlopiù del Nord Italia – che racconta quattro anni di contrasto alle discriminazioni istituzionali. Questa pubblicazione rappresenta infatti una lucida analisi giurisprudenziale di decisioni in tema di discriminazione, che prima di tutto sono un campanello d’allarme, un monito dell’esistenza di distinzioni non ragionevoli e non giustificate costituzionalmente. Le sentenze riguardano non solo le diverse preclusioni nei confronti degli stranieri alle prestazioni assistenziali, spaziando dall’accesso alle scuole materne, allo strano caso dei sussidi finanziari ai soli residenti lungo soggiornanti, ma anche situazioni in cui il Comune si fa Stato e prescrive delle regole in materia di iscrizione anagrafiche dal contenuto discriminatorio. Le decisioni dei tribunali sono tantissime e la realtà è ancora più sconcertante  se si pensa che queste non fotografano la totalità delle situazioni; infatti, non tutti i soggetti discriminati portano avanti dei ricorsi, anche perché a volte loro stessi non sono consapevoli di essere vittime delle discriminazioni in atto. Nonostante questa constatazione, Alberto Guariso dichiara quasi conclusa la battaglia contro le discriminazioni e che, a suo avviso,  la tendenza mediatica e politica a fomentare il dissenso della società civile nei confronti di immigrati e stranieri,  che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni di vita del nostro Paese, stia ora scemando. Si tratta di un  conflitto che, in definitiva, non è servito a niente, né per chi l’ha caldeggiato, né per chi l’ha subito. Un conflitto fatto di discriminazioni, alcune di esse smantellate nelle aule dei tribunali. Proprio per questo l’avvocato auspica che il contenuto delle sentenze possa formare nuove regole attorno alle quali far crescere un consenso sempre maggiore dell’opinione pubblica e politica. In conclusione, l’autore del libro ha ravvisato nella  razionalità e nella ragionevolezza gli unici criteri con cui affrontare il tema (non il problema) dell’immigrazione, situazione che non possiamo non voler gestire dal momento che vi sono cinque milioni di stranieri sul nostro territorio, di cui tre milioni e mezzo “lungo soggiornanti”. Da qui la sua speranza di cambiare l’arretrata legge sulla cittadinanza.

Si procede con l’intervento dell’illustre giurista Valerio Onida, professore e giudice della Corte Costituzionale dal 1996 al 2005, che parte dall’assunto per cui i principi costituzionali (primo fra tutti l’art. 3 della Costituzione italiana con il quale si era aperto il precedente intervento) si conoscono bene e sono ricompresi nelle maggior parte delle Costituzioni moderne. Se il ragionamento si ferma ai grandi principi, l’assenso non può che essere ampio e condiviso; difficilmente vi sono delle contestazioni esplicite. La realtà però, fatta dai numerosissimi casi richiamati nel libro “Senza distinzioni”, mostra che vi è una forte resistenza nella cultura italiana ad applicare questi importanti articoli scritti nella Carta. Osservando la giurisprudenza, Onida segnala come vi sia, da una parte, una certa conformità nel censurare i fatti discriminatori, ma dall’altra parte, volgendo lo sguardo alle risposte concrete date alle decisioni dei tribunali, si constata come la strada sia ancora lunga verso la piena applicazione e consapevolezza di queste. C’è ancora da fare nella cultura media italiana, inzuppata di discriminazioni; per questo la battaglia di cui parlava l’avvocato Guariso non è ancora vinta. La sistematicità e la somiglianza dei casi censurati dimostrano infatti come questi ultimi non siano da considerare eccezioni. Occorre, per portare avanti in maniera efficace questa battaglia, che le sentenze dei tribunali vengano tradotte nella vita pratica, rimovendo la cultura del “prima noi, prima i nostri”. Questo non significa accoglienza nel senso di buonismo, ma pieno rispetto e dunque applicazione dei principi costituzionali. Per ora, nell’ambito di questa lotta contro le discriminazioni sociali dei passi  sembrano essere stati fatti all’indietro.

L’attenzione prosegue poi su Livio Neri, avvocato di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), che precisa inizialmente come dietro i dati, i numeri e il linguaggio strettamente giuridico usato nel libro “Senza distinzioni” vi siano soprattutto vicende umane: fatti, persone e condotte. La raccolta giurisprudenziale è inoltre anche una documentazione politica degli avvenimenti di questi ultimi anni nel Nord Italia e delle sue amministrazioni che sono state fautrici di ordinanze comunali pittoresche, da quelle più famose dal punto di vista mediatico  (come quella “anti-kebab” o “anti-burqa” ) a quelle che hanno minato in maniera profonda i principi democratici. Per citare qualche esempio, si pensi al Comune che elargisce un bonus di aiuto finanziario per il bebè solo qualora entrambi i genitori risultino cittadini italiani; o ancora ai Comuni che “si fanno Stato” limitando le iscrizioni anagrafiche attraverso un procedimento che richiede (come nel caso di Ospitaletto) il casellario giudiziale anche del paese d’origine ad un rifugiato come condicio sine qua non per la residenza. Quest’ultima vicenda è indice, secondo l’avvocato Neri, prima di tutto di un pensiero razzista e in secondo luogo rappresenta la deriva di un certo modo di concepire il federalismo, per cui sono i singoli Comuni a poter decidere chi entra e chi esce, manifestando così un senso di onnipotenza soprattutto attraverso l’uso strumentale delle ordinanze; proprio su questa idea, alcuni Comuni hanno cercato di attirare consenso politico. L’avvocato conclude il suo intervento parlando dell’ultimo progetto dell’ASGI, che ha l’intenzione di colmare il vuoto mediatico in materia di immigrazione con un programma dettagliato da proporre alle forze politiche sulle riforme opportune da apportare in materia di cittadinanza e diritti degli stranieri. (Per saperne di più sul manifesto ASGI per riformare la legislazione sull’immigrazione: clicca qui)

Segue l’intervento di Reas Syed, dottorando in diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Milano, da sempre impegnatosu tematiche come cittadinanza, partecipazione, nuove generazioni (è stato infatti membro di G2 Seconde Generazioni ed autore del blog “La città nuova” del Corriere della Sera). Insiste sul fatto che per condurre questa battaglia ci voglia prima di tutto la politica, perché la giustizia risolve solo il caso particolare. Tra le idee che propone, quale candidato alla carica di Consigliere regionale per la Lombardia, vi è quella di costituire una Commissione Anti-discriminatoria che possa identificare e censurare le clausole discriminatorie spesso inserite nei bandi di enti locali e regionali; precisa però che la clausola della cittadinanza come requisito non sia ipso iure discriminatoria, ma dipenda dall’uso che se ne fa (un esempio per tutti: è inconcepibile che essa sia un requisito per accedere al servizio civile internazionale). Più in generale ricorda come la lotta alle discriminazioni non sia soltanto un voler salvaguardare l’identità, ma che anzi essa implica un voler costituire una nuova identità italiana ; l’Italia deve  capire che è fatta anche di stranieri e che ha bisogno di loro come cittadini. A voler unire il cerchio di questo dibattito, Reas chiude il suo intervento rileggendo il già citato art. 3 e soffermandosi sul fatto che si parla di “persona umana” e non di cittadino, mostrando così come questa idea fosse già nelle menti dei Padri Costituenti.

La conclusione di questo dibattito si colora con l’intervento di Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali e Cultura del Comune di Milano, che risponde alla domanda su quale sia la risposta politica a queste problematiche. Innanzitutto, afferma l’Assessore, deve scomparire l’atteggiamento di compassione, per fare posto a risposte concrete che spazzino via le discriminazioni e favoriscano un processo di integrazione. Qualche esempio: il progetto “Portale dell’integrazione” che collega tre città italiane e “Immigration Centre” che insieme dovrebbero accompagnare in modo sereno gli stranieri nel percorso materiale per acquisire la cittadinanza. Su scala nazionale si renderebbe invece necessario mettere mano alla legge Bossi-Fini che crea un cortocircuito tra clandestinità e lavoro nero. La domanda da cui è partito il suo intervento trova la risposta nel fatto che non è ammissibile legittimare dall’alto (dunque dalle istituzioni) l’ignoranza e la paura per ciò che è straniero.

A qualche giorno dal dibattito incontriamo Reas in un caffè vicino all’Università di Milano per fargli qualche ulteriore domanda a margine del confronto. Per affrontare le tematiche dell’immigrazione, dell’integrazione e delle sue proposte di riforma in tema di cittadinanza, Reas ci racconta la sua storia. Nasce in Pakistan e all’età di 8 anni si trasferisce in Italia, dove impiegherà più tempo ad ottenere la cittadinanza (2012) che a laurearsi in giurisprudenza (2009). Frequenta le scuole milanesi dalla quarta elementare, iniziando ad imparare l’italiano (con i genitori parla tutt’ora urdu) in un clima dove i compagni cercano di agevolare la comunicazione, incontrando anche la disponibilità degli insegnanti. A questo proposito Reas pensa che l’integrazione nelle scuole debba essere un processo il più naturale possibile, pensando a modalità di inserimento intelligente, evitando classi ghettizzate, ma armandosi di tempo, spazio e pazienza. La prospettiva deve essere quella di formare le persone, colmando le loro iniziali lacune, come nel suo caso. Dopo le elementari, le medie e i il liceo scientifico Volta, del quale ricorda con ammirazione il monito dello stesso Preside: “l’intelligenza non sta nel memorizzare le informazioni, ma nel saperle ricercare”, si iscrive infine a giurisprudenza e si laurea nel 2009 (risultando tutt’ora il primo e unico laureato in giurisprudenza della comunità pakistana in Italia, composta di 50-60 mila persone), qualche anno prima chiede la cittadinanza che dopo un iter burocratico quasi  infinito  gli viene concessa. Ha dovuto però sentirsi chiedere di presentare un documento del casellario giudiziale del paese di provenienza che attestasse la sua condotta, nonostante fosse evidente che effettivamente non è possibile commettere un reato all’età di sette anni. Dopo la laurea, il dottorato e soprattutto l’impegno costante in tema di integrazione delle seconde generazioni, ma anche civico (creando il blog “La città nuova”) , da poco ha deciso di portare avanti le sue idee e progetti anche in politica, candidandosi con la lista Ambrosoli come consigliere regionale della Lombardia.

In tema di riforme da apportare allo stato della regolamentazione della cittadinanza Reas ha le idee chiare, ritenendo un intervento sulla normativa più che doveroso, dal momento che la legge n. 91/1992 è decisamente anacronistica. Infatti il testo normativo è simile a quello del 1912, pensato per una società in cui le persone emigravano anziché immigrare. Se la legge in generale rispecchia l’evolversi dei modelli sociali è fondamentale, a suo avviso, rinnovare quella vigente, chiedendosi prima di tutto se ha senso per l’Italia continuare a crescere stranieri o se invece ha bisogno di nuovi cittadini. Ma come? Reas ci fa qualche esempio: per i nati in Italia si può applicare una forma di ius soli temperato, ossia riconoscere come cittadini coloro che sono nati da genitori residenti in Italia da almeno un anno;  per i non nati in Italia, se minori, si dovrebbe avere riguardo per il ciclo di studi da essi compiuto, assegnando la cittadinanza solo al termine di esso, mentre per i maggiorenni andrebbe previsto un tempo di residenza meno lungo dell’attuale (dieci anni) commutandolo in cinque anni (come avviene in Francia ad esempio, o in Canada dove gli anni sono solo tre), mentre sarebbe opportuno scendere sotto la soglia dei cinque anni per apolidi e rifugiati. Entrambe le proposte di Reas dimostrano come sia necessario un progetto di medio-lungo termine per assegnare la cittadinanza.

Infine, gli abbiamo chiesto di segnalarci alcuni modelli efficaci di integrazione che ritiene attuabili su scala regionale in un contesto i cui potrebbe trovarsi a lavorare. Reas parte dalla constatazione che l’integrazione non va di pari passo con un modello di Stato laico alla francese, meglio pensare ad uno Stato pluralista, dove vi sia un valore di tolleranza nelle istituzioni non per porre divieti, ma per rimuovere i limiti, favorendo lo sviluppo della persona umana. In particolare, parlando di esigenze concrete in Regione che possono trovare attuazione, Reas suggerisce due esempi. Il primo riguarda il più che attuale e sentito tema EXPO per la Lombardia, puntando l’attenzione sull’esistenza di un mondo che deve essere valorizzato; infatti sono già presenti diversi giovani bilingue delle cosiddette seconde generazioni che potrebbero essere coinvolti, così da usare al meglio le risorse già presenti sul territorio. Il secondo esempio invece riguarda l’università; partendo dal dato che è il primo e unico laureato in giurisprudenza della comunità pakistana, bisognerebbe lavorare sullo scarso numero di iscritti delle seconde generazioni all’università e sull’alto tasso di abbandono. Perché ciò accade? La sensazione spesso per gli stranieri è quella per cui l’università non riesca davvero a formare e non si possa puntare in alto non avendo conoscenze (spesso sono gli stessi genitori che ad essere scettici sull’accessibilità all’insegnamento superiore dei loro figli e sul valore e la convenienza di tale percorso formativo). Cosa fare? Dare sostegno a questi ragazzi con borse di studio e incentivi, essendo tutte risorse che si posso reperire a livello regionale.

Martina Buscemi

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...