Il punto sulla Siria: i dati di marzo

In due anni di conflitto, i paesi confinanti con la Siria hanno accolto oltre un milione di rifugiati. Questa settimana le difficoltà nella gestione dell’emergenza sono venute a galla.

Mercoledì scorso nel campo di Suleiman Shah vicino alla città di Ankcakale,Turchia, è scoppiata una rivolta a seguito dell’incendio di una tenda causato da un corto circuito, che ha provocato la morte di una persona. Ad alimentare le tensioni, la testimonianza di alcuni locali che riferiscono di aver assistito alla “deportazione” di centinaia di rifugiati siriani dal campo.

La denuncia ha suscitato preoccupazione presso l’UNHCR, che sta indagando sull’accaduto e che ha preso contatto con il governo turco. Se le accuse venissero verificate, il governo turco sarebbe responsabile della violazione del principio di non respingimento, date le condizioni di pericolo a cui i profughi siriani potrebbero essere sottoposti in caso di rientro nel paese di origine. Ma dalle pagine dell’Hürriyet un ufficiale turco respinge le accuse, dichiarando che ogni giorno sarebbero circa 500 i siriani che volontariamente farebbero ritorno nel proprio paese, sottraendosi di propria iniziativa allo status di protezione temporanea offerto dalla Turchia.

Ad un solo giorno di distanza, giungono notizie allarmanti anche dal campo di Za’atari in Giordania, da cui Ali Bibi, funzionario dell’UNHCR, riporta lo scoppio di una rivolta a seguito della comunicazione da parte delle autorità giordane dell’impossibilità per i rifugiati di fare rientro in patria a causa degli scontri nel sud della Siria tra le forze del presidente Bashar Assad e i ribelli. La rivolta nel campo si è conclusa senza riportare feriti e le autorità giordane hanno promesso di organizzare il rientro dei rifugiati in patria, non appena vi saranno condizioni di maggior sicurezza.

Foto: Ahmed, 7 anni, figlio di un combattente della Freey Syrian Army, davanti a una barricata ad Aleppo. Sebastiano Tomada/Sipa USA/Rex
Foto: Ahmed, 7 anni, figlio di un combattente della Freey Syrian Army, davanti a una barricata ad Aleppo. Sebastiano Tomada/Sipa USA/Rex

Nel frattempo, notizie poco confortanti giungono anche da Aleppo: secondo uno studio promosso dalla Coalizione Nazionale dell’opposizione siriana (opposition Syrian National Coalition), un terzo degli edifici pubblici e la metà delle abitazioni private sarebbero state distrutte o danneggiate, dato che inevitabilmente andrà a riflettersi sul numero di rifugiati e sfollati interni delle prossime settimane. Secondo lo studio, la crisi umanitaria di Aleppo andrebbe ben al di là delle stime prefigurate dalle Nazioni Unite. Soltanto quattro ospedali su undici sarebbero in funzione, e gli abitanti preferiscono ricorrere a cure mediche in strutture clandestine, considerando che proprio gli ospedali sono uno dei target favoriti dai bombardamenti. In questo scenario, un altro dato sconcertante: quello dei bambini che, se sopravvissuti ai combattimenti (si stima siano più di mille cinquecento i minori in età pre-scolare ad aver perso la vita), si aggirano per la città armati, a volte anche impiegati per stazionare presso i check point della città.

Dopo che l’UNHCR aveva annunciato che il numero dei rifugiati aveva raggiunto la cifra simbolo di un milione, durante il mese di marzo la cifra ha subìto un incremento del 20% (1 204 707 persone). Secondo la portavoce Sybella Wilkes, Europa e occidente potrebbero essere ben più incisivi nel fronteggiare questa emergenza: anzitutto, finanziando gli Stati che hanno aperto le loro frontiere a migliaia di rifugiati, secondariamente facendo in modo che i siriani giungano in condizioni di sicurezza in Europa, e infine pensando concretamente a come offrire un’abitazione a queste persone.

Non sono migliori le condizioni degli sfollati interni: Khaled Erksoussi, capo delle operazioni presso il Syrian Arab Red Crescent (Sarc), riferisce al Guardian che sarebbero circa quattro milioni gli sfollati interni, ma che a fronte del conferimento del solo 30% della copertura economica promessa dai governi stranieri, possono essere supportate soltanto le necessità della metà di queste persone.

Di Gaia Martinenghi

Gli scontri nel campo in Turchia, video Reuters

Fonti: Euronews, The Guardian, Reuters

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