I bambini e i conflitti armati: quale protezione?

Se si analizza la ripartizione demografica nei paesi in cui è in corso un conflitto armato, ci si accorge di un fattore comune: larga parte della popolazione ha meno di 18 anni.[1] Ciò significa che molte delle vittime di tali conflitti sono bambini. Basti pensare alla Siria, a proposito della quale UNICEF nel luglio 2013 dichiara:

“il numero di persone affette dal conflitto e bisognose di assistenza umanitaria è arrivato a 6,8 milioni: gli sfollati interni sono 4,25 milioni; oltre 170mila persone sono state costrette a cercare rifugio in luoghi pubblici; oltre 93mila persone sono state uccise e, tragicamente, più di 4 milioni di bambini sono stati toccati direttamente da questa crisi. Inoltre, 1,8 milioni di persone, tra cui oltre 925mila bambini, hanno cercato rifugio nei paesi confinanti, quali Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto – cosicché il numero di coloro che hanno lasciato la Siria è previsto che raggiungerà i 3,45 milioni alla fine del 2013. Città intere, paesi, comunità, famiglie e le vite dei bambini sono state devastate da questa protratta situazione di violenza”.[2]

Come sono protetti i bambini durante i conflitti armati? Lo scopo di questo breve testo è quello di fornire qualche informazione relativa al contesto normativo di riferimento, quale spunto per una riflessione.

Il diritto internazionale umanitario, o diritto dei conflitti armati (“International Humanitarian Law” – IHL), protegge i bambini, in quanto facenti parte della popolazione civile, per mezzo della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 “per la protezione delle persone civili in tempo di guerra”, nonché del del I Protocollo Opzionale relativo ai conflitti armati internazionali (“AP I”) e del II Protocollo relativo ai conflitti armati di carattere non internazionale, cioè ai conflitti interni, (“AP II”), entrambi del 1977. Inoltre, in virtù della loro vulnerabilità, i bambini beneficiano di una protezione “speciale” ai sensi dell’articolo 77 AP I e dell’articolo 4.3 AP II.

Alla luce di tali strumenti, i bambini hanno diritto a ricevere tutte le cure e l’aiuto di cui necessitano, tra cui particolare importanza ricopre il diritto all’educazione, e le parti del conflitto devono provvedere per facilitarne il ricongiungimento con le famiglie da cui sono temporaneamente separati.

Per ciò che riguarda la partecipazione nelle ostilità, il sopra menzionato articolo 77 AP I impone alle parti l’obbligo di non usare nei conflitti i bambini che non abbiano compiuto 15 anni e di non reclutarli. La stessa regola è contenuta nel sopra citato articolo 4.3(c) AP II in riferimento ai conflitti interni. Tale proibizione è ormai considerata parte del diritto internazionale consuetudinario[3] ed è enunciata in altri strumenti quali la Convenzione sui Diritti del Fanciullo del 1989, all’articolo 38. Anche questo strumento, vista la sua pressoché universale ratifica, è considerato parte del diritto consuetudinario internazionale.

Nel 2000, inoltre, è stato adottato un Protocollo Opzionale alla Convenzione sui Diritti del Fanciullo sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati,[4] in vigore dal 2002, che ha innalzato l’età minima per l’uso nelle ostilità a 18 anni. Nonostante tale norma non sia ancora parte del diritto consuetudinario, ricopre una certa importanza perché gli Stati firmatari del Protocollo saranno tenuti a rispettare tale limite nelle reciproche relazioni, qualora coinvolti in un conflitto armato. Con il medesimo Protocollo, inoltre, è stata introdotta una diversa disciplina per il reclutamento volontario, a svantaggio dei gruppi armati non statali. Infatti, ai sensi dell’articolo 3, purché siano rispettate determinate condizioni, è possibile che uno Stato ammetta nelle proprie forze armate minori di 18 anni su base volontaria (“voluntary recruitment”). Ciò è invece assolutamente proibito ai gruppi armati che siano distinti dalle forze dello Stato, come ad esempio i ribelli, ai sensi dell’articolo 4.

Il reclutamento e uso nelle ostilità dei minori di 15 anni non solo è proibito, ma è anche criminalizzato, comportando quindi l’insorgere di responsabilità penale. Tale criminalizzazione è peraltro considerata parte del diritto internazionale consuetudinario, quindi applicabile sia nei conflitti internazionali che interni, sia nei confronti di stati sia di gruppi armati (ribelli), come emerso nel caso Norman, davanti alla Corte Speciale per la Sierra Leone.[5]

Nel caso in cui i minori di 15 anni partecipino alle ostilità e siano catturati, essi beneficeranno in ogni modo di un trattamento preferenziale, come stabilito dall’articolo 77 AP I. Tale trattamento prevede che i bambini siano separati dagli adulti, eccetto nel caso in cui siano con la propria famiglia; inoltre non possono essere soggetti a pena di morte per un’offesa relativa al conflitto armato che hanno commesso quando non avevano ancora raggiunto i 18 anni di età.

Tale regola è contenuta anche negli articoli 9 e 37 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo ed è considerata parte del diritto internazionale consuetudinario.

di Valentina Caron

Per ulteriori approfondimenti:


[1] Si veda qui per le statistiche; in Siria ad esempio il 34,6% della popolazione è compresa tra i 0 –14 anni.

[4] Per il testo del Protocollo Opzionale, clicca qui.

[5] Special Court for Sierra Leone (SCSL), Appeals Chamber, Decision on Preliminary Motion, Sam Hinga Norman, 31 May 2004.

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